Un ricordo

Non solo “vittime” dell’amianto: la storia solidale di Anna Colombari Bertacchini uccisa dal Mesotelioma nel ricordo dei familiari.

Bologna, 7 marzo 2024

A un anno dalla scomparsa causata da un Mesotelioma Maligno vogliamo ricordare Anna Colombari Bertacchini, una storia che va oltre la patologia causata dall’amianto che l’ha uccisa l’8 marzo 2023.

Non un “caso” da sommare ai tanti/troppi registrati dal Registro Mesoteliomi Regionale, ma una vita degna e da ricordare, per comprendere la pienezza di un vissuto intrecciato con una storia familiare e da un contesto sociale e politico contrassegnato da atti solidali, amore per la cultura ed impegno che continuano a vivere nei figli e nei nipoti.

Ad Anna era stato diagnosticato il Mesotelioma pleurico il 10 agosto 2022, AFeVA ER ha seguito l’iter per il riconoscimento dei diritti, fra questi il tentativo di riconoscere la causa professionale dell’esposizione ad amianto. Ciò non è stato possibile, non sappiamo dove, come e quando Anna abbia inalato le fibre di amianto, l’amianto era (ed ancora è) presente in tante situazioni, e molteplici possono essere state le occasioni fatali. Il riconoscimento del Fondo Vittime Amianto, è avvenuto quindi per una esposizione ambientale all’amianto.

Il ricordo di Anna nelle parole della figlia Elisabetta:

“Eccomi qua con le mani sporche d’amianto e con i polmoni mandati a morire” cantavano nello stereo i Tupamaros di Carpi mentre andavo all’Ospedale Maggiore, ma io ero sicura che nel caso di mia mamma non poteva essere un mesotelioma quello che avevano visto con una Tac.

Anche l’anestesista ci aveva rassicurati, è una patologia molto rara e nelle donne rarissima, e poi la mia mamma non era mai stata esposta all’amianto…

Anna Colombari Bertacchini è mancata l’8 marzo 2023 per mesotelioma pleurico, era nata nel 1941 e i suoi genitori avrebbero voluto chiamarla Deanna, ma il fascismo proibiva l’uso di nomi considerati stranieri – la prima ingiustizia.

Nata a San Giorgio di Piano e cresciuta in una famiglia in cui la solidarietà era una pratica naturale e consapevole, anche se umili (il nonno era calzolaio) negli anni ’50 avevano ospitato una bambina della povera montagna bolognese e , con l’iniziativa delle donne dell’UDI dei “treni della felicità”, avevano accolto per un periodo una bambina di Napoli in condizioni molto disagiate.

Pensare prima agli altri per lei non erano vuote parole ma un’abitudine naturale, come mamma di quattro figli aveva partecipato attivamente alle battaglie per una scuola più democratica e veramente garantita a tutti.

Ha vissuto la sua malattia come un’ingiustizia feroce e profonda, era consapevole della gravità – avevamo spesso parlato dei lavoratori delle OGR e le avevo raccontato del documentario da poco realizzato da una mia cara amica – e non riusciva ad accettare il fatto che non ci fosse una cura.

Ha affrontato con grande dignità la paura, che sicuramente aveva, e il dolore che, finché ha potuto, ha cercato di nascondere.

Proprio lei così fiduciosa nel Sistema sanitario pubblico, era incredula e smarrita di fronte all’assistenza prevista per i malati oncologici, le era difficile accettare che l’ambulatorio territoriale rispondesse solo un’ora per due giorni alla settimana – e non pensava solo a se stessa, ma anche alle tante persone anziane, fragili e sole di cui è ormai composta la nostra società.

Anche lei, come tutti noi, aveva accettato la risposta “non ci sono i soldi” per la sanità, ma questa spiegazione diventa ogni giorno più debole di fronte alle ingenti spese per guerre devastanti e armi che uccidono soprattutto i civili.

Vorrei nel ricordarla ringraziare l’Afeva non solo per l’assistenza ai malati di mesotelioma e ai loro familiari, ma soprattutto per la sua battaglia per un futuro senza più vittime di questa terribile patologia.

Elisabetta

“I treni della felicità”

Anna, bambina, visse in prima persona l’accoglienza dei bambini del SUD che nel dopoguerra, alla fine degli anni ’40, vennero ospitati da famiglie della nostra regione. A San Giorgio di Piano e quindi nella famiglia di Anna furono ospitati in particolare bambini di Napoli.

Nella foto coi bambini napoletani, indicate dalle frecce (dal basso), Anna, la nonna e la mamma Rosina Veronesi (UDI San Giorgio di Piano)

Da un’idea di Teresa Noce, dirigente comunista e partigiana battagliera, nacquero i «treni della felicità».
Grazie al coordinamento del Partito Comunista e delle donne dell’Udi, 70mila bambine e bambini provenienti da ogni parte della penisola furono portati in «Alta Italia» e salvati dalla miseria della guerra.

Sui “treni della felicità” , anche la versione integrale del documentario “Pasta nera” del 2011 https://www.youtube.com/watch?v=ARSTN1eDI2I.

Anna prima di respirare l’amianto, aveva respirato solidarietà, dignità, impegno sociale.

Queste ultime, malattie fortunatamente trasmissibili e rintracciabili agevolmente nelle parole di Elisabetta, sua figlia e di Enrico suo nipote.

Anna nel ricordo del nipote Enrico:

“Grazie a tutti quelli che sono qui, e a chi avrebbe voluto esserci.
Io mia nonna l’ho frequentata spesso, oltre ai pranzi della domenica, fin da quando ero piccolo. Momenti semplici, mille sciocchezze, vita quotidiana. Abitavamo vicini, a volte ci veniva ad aiutare a casa.
Ricordo una volta di tanti anni fa, quando ero piccolo, in un pomeriggio estivo in cui ero da solo a casa sua a Bazzano, dopo una mattina di giochi spensierati e il pranzo, mi diede un libro in mano e mi disse di leggerlo.
“Prima hai giocato, adesso si legge”. L’altra mia nonna, con cui sono cresciuto, non mi aveva mai dato un libro in mano e non mi aveva mai detto di leggerne. Più di sovente mi aveva allungato una zappa, un
rastrello o un badile.
Credo che tra le due opzioni non ce ne sia un sbagliata. Se usati a dovere, il libro e il badile possono essere complementari.
Anche se sai tutto, non campi d’aria e non puoi vivere solo per lavorare.
Il libro che mi aveva dato era una riduzione Disney de “Il libro della giungla”, con i disegni del cartone animato. Era dei miei zii di quando avevano la mia età.
Negli anni a seguire non ho mai letto troppo, anche questo ci ha differenziato. Io e mia nonna eravamo molto diversi. Per via dei mondi culturali e sociali che ci hanno cresciuto e con cui abbiamo avuto contatti, forse non si tratta solo di una distanza generazionale.
Penso che siano incalcolabili i concerti di musica classica o jazz, e simili, a cui ha assistito. Avevamo gusti artistici abbastanza diversi. Quella musica mi è sempre risultata indigesta, troppo distante, inintelligibile.
Credo di non essere mai riuscito a raccontarle o suggerirle un’opera, monumento, artista o museo che lei già non conoscesse. Se anche non ci era stata direttamente a visitarlo, sapeva comunque molto dell’autore o dell’opera in questione, aveva dei libri su quel movimento artistico.

Questa incredibile ammirazione e passione per un certo tipo di arte e di cultura mi ha sempre affascinato.
Era affascinante vederle completare interi pacchi di Settimane Enigmistiche. Faceva anche quei giochi molto difficili, in cui io mi perdo fin dalle istruzioni. Le parole crociate le completava a tappeto, anche quelle complicatissime, senza quadrati neri, in cui non sai il verso in cui va la parola e simili. Io stento ancora oggi a completare quelle facilitate, lei partiva tranquilla con Bartezzaghi. Mi ricordo una volta, qualche tempo dopo la consegna del “Libro della giungla illustrato”, in cui io facevo i miei giochi sul tappeto e lei accanto in poltrona a riempire parole crociate. Ad un certo punto mi rivolse una domanda che lei non sapeva: “Il nome di Totti”. In quel Bartezzaghi rimasto senza quadratini vuoti c’era anche il mio contributo, piccolo ma c’era. Io sapevo il nome di Totti, lei tutto il resto. Un po’ come il badile e i libri.
Quando uscì la raccolta dei miei articoli, lei la lesse avidamente.
Sfogliando il libretto appena glielo portai notò la dedica e ne fu contenta.
La pubblicazione venne curata da Marco Pandin, che scrisse anche la prefazione. Tramite i suoi articoli e i suoi libri avevo scoperto tante cose del punk, degli anni Ottanta, dell’area radicale del pacifismo e di quel mondo lì. Durante una delle presentazioni Pandin citò un tal musicista che non avevo, e non ho, idea di chi fosse. Spiegò che faceva musica etnica sperimentale, che proponeva una riscoperta di strumenti antichi o sperimentale, o qualcosa del genere. Parlando con mia nonna emerse che lei lo conosceva, e forse erano stati ad un suo concerto insieme, senza conoscersi ovviamente. Mia nonna poi mi rivelò che durante la lettura del mio libretto molte cose non le capiva e che doveva andarle a cercare, come ad esempio la parola Punk sul vocabolario. Io rimasi molto stupito da tutte queste cose. Fa strano scoprire che Pandin -tramite cui avevo capito cosa dicevano i Crass e di cui avevo letto mille recensioni scritte trent’anni prima – ascoltasse un concerto accanto a mia nonna che scopriva il Punk nel 2022 sul dizionario.
Ero stupito anche dal fatto che nel vocabolario ci fosse il lemma Punk.
Per me cresciuto in campagna saltava all’occhio il giardino della casa di Bazzano, quello in cui giocavo da piccolo. Pieno di alberi incredibili, giganti, verdi, classici ed esotici, bellissimi. Non ho mai capito il tegame con l’acqua in cui bevevano le vespe, quello non l’ho proprio mai capito. Io conoscevo gli alberi da frutto, come si potano e quando si raccolgono. Gli ortaggi al massimo, mica mi intendo di fiori e piante ornamentali. Lei ne conosceva metà: ti dava accenni del nome in latino, quando fiorivano, se gli serviva molta acqua o no… Anche nella nuova casa si notavano diversi vasi di ogni forma e dimensione, da cui guizzavano piantine piene di fiori, che affollavano i due gradini d’ingresso e quel lembo di terra da riporto in angolo.
Pensando a lei mi viene in mente una frase di una mia prof, a cui mia nonna sicuramente non assomigliava per glacialità e aridità d’animo.
In una sorta di riscatto dopo 5 anni di angherie, terrore psicologico e discriminazioni varie, l’ultimo giorno delle superiori la prof di filosofia ci disse: “state lontani dalla noia”. Ecco io credo che in quelle parole si possa inserire l’interesse per la conoscenza, il volersi costruire e coltivare una cultura personale, indipendentemente dal ruolo che si ha in casa, sul lavoro, nella società che ho sempre visto in mia nonna.
Perché forse coltivare le proprie passioni è l’unico modo per non invecchiare mai.
Ciao nonna.”

L’impegno di Enrico Franchini il nipote di Anna nell’iniziativa di AFeVA ER e dell’Associazione Venti Pietre “VOCI DALLE OFFICINE RESISTENTI LA RESISTENZA NELLE FABBRICHE BOLOGNESI” Un “live” di Frequenze Partigiane condotto da Manuel Mesoraca e Enrico Franchini

Vedi i filmati della serata:

Prima parte        seconda parte.


Lascia un commento