narrativa/storie

Letture da “Amianto una storia Operaia” di Alberto Prunetti

5 febbraio 2016

Alberto Prunetti è uno scrittore italiano. È nato a Piombino nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha pubblicato Potassa, Il fioraio di Peron, Amianto, una storia operaia e recentemente PCSP (piccola controstoria popolare). Traduttore e lavoratore culturale free-lance, scrive su Letteraria, Giap, Carmilla, Il Manifesto,La Repubblica edizione Firenze ecc..

“…punti di sutura” il commento del libro di Massimo Vaggi

“…nato sotto il segno dell’ACCIAIO, ascendente AMIANTO” lettura di Nadia Gherardi

“…il pensionamento di Renato” lettura di Nadia Gherardi

“…Steve McQueen”  letto da Alberto Prunetti

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“…….
Lo schermo rimane buio per due lunghi secondi. Fotogrammi serrati come bulloni stretti. Colonna sonora dominata dalle armoniche. Occhi di ghiaccio, blu, spietati e giusti. Uno dei Magnifici sette. Steve McQueen. Bello come un dio, l’eroe di Renato. Uno che sapeva impugnare il flessibile e la saldatrice. Che sapeva fare il piastrellista e il coibentatore delle navi mercantili. Un duro working class, un mito americano, in fuga dalla fabbrica fino alle vette dei teatri di posa californiani.
Ma basta un sospiro, un respiro profondo e una microfibra sfonda la barriera di filtri del naso, scivola nell’esofago e si apre la strada verso i polmoni. Poi passano vent’anni e ti sei quasi dimenticato di come si impugna un martello. Però, mentre giri una scena senza controfigura in un film western, ti rendi conto che non sei più il bastardo di sempre: ti manca il fiato, il respiro non ha profondità. Chi se ne frega delle luci di Hollywood. Quella fibra ha vinto la partita e non importa se sei un attore o un piastrellista. Guardati allo specchio. Ormai hai la pelle di un vecchio e solo gli occhi sono un’esplosione di metallo azzurro. Il resto è cuoio, pelle coriacea, unghie annerite per lo scarso ricambio di ossigeno. E i polmoni che si fanno neri. E quando si spengono i riflettori, il vecchio Steve torna a essere un povero sfigato proletario con gli occhi troppo belli, uno che da piccolo dormiva per terra e che nella vita non ha mai smesso di scappare. Come Papillon, come in La grande fuga, come in Getaway. Come Steve McQueen.
Se poi non sei neanche Steve McQueen, allora è davvero un disastro. Perché le fibre d’amianto le hai respirate per trentacinque anni e la vita che hai fatto è stata un passaggio da un mutuo alla cassa integrazione. Senza nemmeno un “ciak, motore”, senza neanche andartene in moto a torso nudo fino alle spiagge della Florida. Magari sei uno della Cooperativa Vapordotti, quelli che nell’alta Maremma, nella zona boracifera di Larderello e Pomarance, rivestivano di amianto il sistema linfatico di tubi che trasferiva il vapore estratto dalle viscere della terra. Facevano un “cappottino” alle condotte con l’amianto, il cemento e il fil di ferro. Erano venti e ne sono morti sedici. Uno a uno, li operano ai polmoni, li imbottiscono di cortisone, perdono la vista e poi se ne vanno via. Altro che Vasco, altro che vite spericolate, quelli il metallo lo fasciavano d’amianto friabile, lo spruzzavano, lo respiravano. E nel tempo libero mica scorrazzavano sulla Harley-Davidson. Facevano l’orto, qualcuno andava a caccia, parlavano di Baggio e Batistuta al circolo Arci. Bruciavano le frasche d’olivo e ci arrostivano sopra le salsicce, come noi. Eppure sono morti, come Steve McQueen.
Io i film di Steve me li guardavo con Renato. Tutti, ce li siamo visti, i western e quelli d’azione. Nevada Smith, Quelli della San Pablo. Chilometri di pellicola d’azione, con la croce di malta del proiettore che sfarfallava nei cinema estivi dei villaggi minerari delle Colline metallifere, da dove veniva un pezzo della nostra famiglia. Da quei colli pieni di vapori geotermici, dove le forze del sottosuolo andavano imbrigliate con un minerale potente e malefico, fibroso: l’amianto.
Che ne sapeva, Renato, che sarebbe finito anche lui come Steve McQueen?
Eppure è proprio Steve quello sullo schermo. Gli stacchi di montaggio si fanno più serrati. Il proiezionista non torna, si vede che i maiali sono ancora in fuga.Getaway, in fuga. La grande fuga. Come Papillon, come L’ultimo buscadero.
Eppure il film non si ferma e le poltrone della sala si riempiono per il gran finale: uno a uno, arrivano tanti uomini in tuta blu. Guardo meglio, nell’oscurità. Ci sono quelli di Casale e quelli di Taranto. Quelli dei treni di Pistoia e quelli dei cantieri navali di Monfalcone. Quelli di Bagnoli e quelli di Rubiera. Ci sono anche le donne che hanno cucito i sacchi d’amianto e quelle che lavavano le tute dei mariti. E i minatori maremmani e quelli sardi del Sulcis. C’è anche Angelo, il suo migliore amico. E accanto a lui c’è Renato. Ci sono i saldatori e i tubisti, i coibentatori e i catafalcatori. I ciechi si guardano beati il film e chi ha perso un dito se li conta tutti e torna a stringere il pugno. Eccoli qua, tutti assieme, eroi working class tornati per regolare i conti come in un film di Peckinpah, come in Il mucchio selvaggio. Cammineranno lungo le strade delle nostre città, col cappello texano abbassato sulla fronte, l’uno accanto all’altro, Renato e quelli della Vapordotti e tutti gli altri metal cowboy. Anche Steve. Torneranno con gli occhi di ghiaccio e le tute da lavoro che ancora portano il loro odore, quel sentore di ferro tagliato e di elettrodo coagulato. Tracanneranno un gotto al circolino e sistemeranno le cose a modo loro e non basteranno i soldi a ripagarli delle loro vite, perché non accetteranno rimborsi. Neanche Un dollaro d’onore. Lo sanno bene loro che i soldi non sono tutto, loro che – esposti a ogni pericolo, tra lavori esageratamente nocivi, usuranti, letali, pericolosi – hanno lavorato una vita. Una vita a rischio, piena di guai. Una vita spericolata. Maremma schifosa! Ecco! Una vita come Steve McQueen.”

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