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Tumori professionali: dall’indignazione all’azione – Occupational cancers: from outrage to action

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di: Laurent Vogel / European Trade Union Institute (ETUI)

Immaginate se un aereo al giorno si schiantasse sulla pista di un aeroporto europeo. Dopo un paio di settimane, la situazione diventerebbe politicamente insostenibile. Con 300 morti al giorno e più di 100 000 in un anno, sarebbe una priorità ineludibile.

Posso già sentire l’obiezione: questa ipotesi è fantastica. Ovviamente. Il suo unico scopo è quello di capire meglio ciò che sta accadendo in Europa in termini di tumori professionali.
Il legame tra finzione e realtà è inevitabile: più di 100 000 morti l’anno. Per i malati di cancro, non c’è nulla di ipotetico in queste morti. Possiamo riassumere in quattro parole il motivo per cui 100 000 decessi per cancro legati al lavoro non sono una priorità politica: la disuguaglianza, la visibilità, il potere e la libertà.

Disuguaglianza: le classi privilegiate volano molto più del resto della popolazione. Se ci fossero 100 000 morti l’anno da disastri aerei, questa cifra dovrebbe includere un alta percentuale di azionisti, dirigenti, politici, ecc…, per i 100 000 decessi per tumori professionali, è vero il contrario. Tumori al seno colpiscono parrucchieri/e esposti a massicce concentrazioni di sostanze cosmetiche pericolose. Tumori polmonari colpiscono lavoratori edili esposti alla silice cristallina e all’amianto. Questo elenco potrebbe andare avanti per diverse pagine. I lavoratori sono 10 volte più esposti al rischio dei manager.

Visibilità: un disastro aereo prende la prima pagina dei giornali. I morti per tumori professionali rimangono invisibili. I medici raramente chiedono ai loro pazienti a quali rischi sono stati esposti nel corso della loro vita lavorativa. Nella maggior parte dei casi, fanno solo tre domande. Fumi? Bevi? Altri membri della tua famiglia hanno avuto questo tipo di cancro?
Limitandosi a queste tre domande si perpetuano antiche superstizioni che attribuiscono il cancro al peccato (comportamento individuale) o al destino (sfortuna di avere geni cattivi). Le cause sociali vengono ignorate. Paradossalmente, la prevenzione è più efficace proprio rispetto a queste cause collettive.

Potere: la lotta contro il cancro da lavoro richiede misure che entrano in conflitto con i profitti aziendali. A volte si lascia intendere che la guerra contro il cancro potrebbe essere vinta con la scoperta di nuove cure o con strumenti più perfezionati di diagnosi precoce. Questa visione, ingenua e tecnocratica, offusca la lotta per il controllo pubblico e sociale delle scelte produttive.

Libertà: sei libero di decidere con quale compagnia aerea desideri volare. Se ci fossero stati ripetuti disastri aerei, le compagnie aeree interessate avrebbero perso i loro clienti in fretta. Avrebbero dovuto scegliere fra fallimento ed efficacia della sicurezza. Al contrario, l’organizzazione del lavoro e la scelta dei processi e delle sostanze, sono imposte ai lavoratori dalla gestione dell’impresa.

Ci sono molte ragioni per essere indignati. Ma se vogliamo convertire l’indignazione in azione, è necessario darsi degli obiettivi.

Una forte legislazione : i tumori non costano praticamente nulla alle aziende che li provocano.
I costi sono a carico delle vittime, della sicurezza sociale e dei sistemi sanitari pubblici. Senza regole chiare, nessuna prevenzione può raggiungere tutti i luoghi di lavoro.
L’attuale legislazione europea in materia di prevenzione del cancro sul posto di lavoro ha bisogno di una approfondita revisione.
Il suo campo di applicazione è troppo limitato.
Il numero di sostanze per le quali sono stati stabiliti valori limite di esposizione copre meno del 20% delle esposizioni.
Non è prevista alcuna sorveglianza sanitaria, dopo il periodo di esposizione.
Occorre inoltre stabilire norme per ridurre la quantità di sostanze cancerogene prodotte per il mercato.
Ciò richiede che il regolamento europeo sulle sostanze chimiche (REACH), per funzionare meglio, imponga la procedura di autorizzazione per tutte le sostanze cancerogene.
La legislazione specifica in materia di pesticidi e cosmetici deve essere rivista, perché è stata redatta sotto la pressione di lobby industriali.

Forti sistemi di vigilanza: i sistemi delle ispezioni sul lavoro sono stati indeboliti in tutta Europa.
I manager che espongono il loro personale al rischio di tumore sanno che è improbabile che possano essere ispezionati o sanzionati.

Forte azione sindacale: all’interno delle aziende, è la mobilitazione dei lavoratori interessati che fa la differenza tra prevenzione finta e prevenzione reale. Assicura un equilibrio di potere.
La sostituzione delle sostanze e dei processi che causano il cancro deve essere accelerato. Dobbiamo garantire che tutte le esposizioni pericolose, per quanto possibile, vengano evitate o ridotte. Dobbiamo essere coinvolti nella stesura del documento di valutazione dei rischi e verificare che siano progettate e monitorate efficaci azioni preventive.

Nei prossimi mesi, la Commissione europea definirà un piano d’azione per i tumori professionali.
Ci si accontenterà di un lifting o saranno attuate riforme legislative più ambiziose?
Dobbiamo essere vigili: dal 2004 è stata la Commissione che ha deliberatamente bloccato ogni miglioramento della legislazione in materia di protezione dei lavoratori contro i tumori professionali.
La risposta dipenderà dalla nostra capacità di trasformare il cancro in una priorità politica. Con oltre 100.000 decessi l’anno, è urgente la necessità di mobilitarsi.

Infografica sui Tumori Professionali (ETUI)

Manifesto Campagna Europea CES sui Tumori  professionali 2014

Versione originale

Occupational cancers: from outrage to action
by : Laurent Vogel/ ETUI

Imagine if an airplane crashed onto the runway of a European airport every day. After a few weeks, the situation would become politically untenable. With 300 deaths a day, and over 100 000 in a year, it would become an inescapable priority.

I can already hear the objection: this is hypothetical fantasy. Of course it is. Its only purpose is to better understand what is currently happening in Europe in terms of occupational cancers. The link between fiction and reality is unavoidable: over 100 000 deaths a year. For cancer sufferers, there is nothing hypothetical about these deaths. We can sum up in four words why 100 000 work-related cancer deaths are not a political priority: inequality, visibility, power and freedom.

Inequality: the privileged classes fly much more than the rest of the population. If there were 100 000 deaths a year from air disasters, this figure would include a high proportion of shareholders, senior managers, politicians, etc. For the 100 000 deaths from occupational cancer, the opposite is true. Breast cancers affect hairdressers exposed to massive concentrations of dangerous cosmetic substances. Lung cancers affect building workers exposed to crystalline silica and asbestos. This list could go on for several pages. Workers are 10 times more exposed to the risk than managers.

Visibility: an air disaster makes the front page of the newspapers. Deaths from occupational cancer remain invisible. Doctors rarely question their patients about the dangers to which they were exposed throughout their working life. In most cases, they ask just three questions. Do you smoke? Do you drink? Have other members of your family had this type of cancer? Limiting themselves to these three questions perpetuates age-old superstitions that attribute cancer to sin (individual behaviour) or fate (misfortune of having bad genes). Social determinants are ignored. Paradoxically, it is these collective determinants where prevention is most effective.

Power: combating occupational cancer requires measures that come into conflict with corporate profits. It is sometimes suggested that the war on cancer could be won by discovering new treatments or perfecting means of early detection. This naive and technocratic vision masks the struggle over public and social control of production choices.

Freedom: you are free to decide with which airline you want to fly. If there were repeated air disasters, the airlines concerned would soon lose their customers. They would have to make a choice between bankruptcy and effective safety. By contrast, the organisation of work and the choice of processes and substances are imposed on workers by the company’s management.

There are plenty of reasons to be outraged. But if we want to convert this outrage into action, objectives need to be set.

Strong legislation: cancers cost the companies that cause them virtually nothing. The costs are borne by victims, social security and public health systems. Without binding rules, no prevention can reach all workplaces. The current European legislation on prevention of cancer in the workplace needs to be comprehensively revised. Its scope is too limited. The number of substances for which exposure limit values have been set covers fewer than 20% of actual exposure situations. It does not provide for health monitoring extending beyond the period of exposure. Rules are also needed to reduce the quantity of carcinogenic substances produced for the market. This requires the European regulation on chemicals (REACH) to function better, particularly by imposing the authorisation procedure for all carcinogenic substances. The specific legislation on pesticides and cosmetics must be reviewed, because it was drawn up under pressure from industrial lobbies.

Strong inspection: work inspection systems have been weakened throughout Europe. Bosses who expose their staff to the risk of cancer know that they are unlikely to be inspected or sanctioned.

Strong trade union action: within companies, it is the mobilisation of the workers concerned that makes the difference between pretend prevention and real prevention. It ensures a balance of power. The replacement of substances and processes that cause cancer must be accelerated. We must ensure that all dangerous exposures are avoided or reduced as far as possible. We must get involved in the drafting of the risk assessment document and check that effective preventive actions are planned and monitored.

Over the next few months, the European Commission will define an action plan for occupational cancer. Will it settle for a facelift, or will it implement more ambitious legislative reforms? We need to be vigilant: since 2004 it has been the Commission that has deliberately blocked any improvement of the legislation on the protection of workers from occupational cancer. The response will depend on our capacity to convert cancer into a political priority. With over 100 000 deaths a year, there is an urgent need to mobilise.

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